Antonio CICCONE

di Luigi Agnello – Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 25 (1981)
 

Nato a Saviano (Napoli) il 7 febbr. 1808 da Nicola e Nicoletta Faiello, compì gli studi secondari nel seminario di Nola e quelli superiori nel collegio medico-cerusico di Napoli, dal quale uscì nel 1829 per iniziare la professione come medico di giornata nell’ospedale degli Incurabili. Col congiunto F. De Renzis compilò delle Istituzioni di patologia chirurgica, in ottovolumi (Napoli 1839-42), che raggiunsero la sesta edizione nel 1859-60, e aprì nel 1843 un’apprezzata scuola privata di chirurgia. Nel febbraio 1845 venne nominato professore sostituto alla seconda cattedra di medicina pratica nella università di Napoli, dopo un travagliato e clamoroso concorso in cui, eliminati quasi trenta aspiranti, egli si trovò a competere con S. Tommasì, che vinse il titolo anche per l’intervento eccezionale del re Ferdinando II (D. Pace, V. Lanza e la vita universitaria e ospedaliera a Napoli nel primo Ottocento, Napoli-Foggia-Bari 1962, p. 27). Con .R. Folinea, A. Di Giulio, A. De Martino, N. D. Casilli redasse l’Ateneo, giornale di medicina e chirurgia (Napoli 1846-47), sul quale pubblicò lavori di patologia medica e chirurgica, di psichiatria e di medicina legale, disciplina che trattò più distesamente in due volumi di Questioni di medicina forense secondo lo spirito del codice delle leggi del Regno, delle Due Sicilie (Napoli 1847).

Scoppiata la rivoluzione del 1848 e concesso da Ferdinando II lo statuto, in aprile il C. venne eletto deputato dal distretto di Nola e partecipò, il 13 eil 14 maggio, alle riunioni informali che avrebbero dovuto preparare l’insediamento ufficiale della Camera, indetto per il 15, e invece ne provocarono lo scioglimento anticipato, a causa del contrasto insorto con il sovrano sulla formula di giuramento, cioè del diritto parlamentare di “svolgere” (riformare) lo statuto. Mentre incombeva la minaccia della repressione e si erigevano a Napoli le barricate, nella notte dal 14 al 15 maggio il C. sollecitò, peraltro senza effetto, la guardia nazionale del Nolano ad accorrere nella capitale in difesa del Parlamento; questo atto costituì più tardi il motivo principale della sua incriminazione. Quando le truppe comandate dal generale F. Nunziante si accinsero a sgombrare la sala di Monteoliveto in cui continuavano a sedere circa sessanta deputati, il C. firmò con essi la famosa protesta redatta da P. S. Mancini, in cui si denunciava solennemente all’Italia e all’Europa il sopruso regio.

Rieletto il 15 giugno nella nuova Camera, di cui fu segretario con G. De Vincenzi, P. E. Imbriani e L. Tarantini, ti collocò nel gruppo moderato di centrosinistra capeggiato da S. Baldacchini e R. Savarese, e fornì il suo più consistente contributo ai lavori col presentare ed illustrare un progetto di legge relativo alla istruzione pubblica (Le Assemblee del Risorgimento, Napoli, II, Roma 1911, pp. 371-79). Dopo che la Camera fu sciolta (13 marzo 1849) e cominciarono gli arresti dei deputati, non più protetti dalla immunità, il C. si sottrasse con la fuga alla cattura e al processo che si tenne, in contumacia, davanti alla Gran Corte speciale di Terra di Lavoro e si concluse con la condanna a morte, emessa, il 25 giugno 1858 (si veda la sentenza riprodotta in Musco, pp. 21-30).

Dimorò fugacemente a Genova, Pisa, Firenze, e si stabilì nel 1850 a Parigi. Trasferitosi nel 1854 a Torino, rifugio favorito degli esuli di orientamento liberal-moderato, vi ritrovò P. S. Mancini, A. Scialoja, F. De Sanctis, R. Bonghi, A. Saliceti, i fratelli Plutino, ma si legò soprattutto a. R. Conforti, M. D’Ayala, C. De Meis, G. Del Re, P. E. Imbriani, P. S. Leopardi, D. Marvasi, G. Pisanelli, B. Spaventa, S. Tommasi, con i quali formò un’affettuosa comunità che si riuniva periodicamente in casa di G. Tofano (Michelangelo D’Ayala, Memorie di Mariano D’Ayala e del suo tempo (18081877). Torino-Roma-Firenze 1886, p. 229).

Durante l’emigrazione, il C. abbandonò gli studi di medicina per dedicarsi alla bacologia, specialmente ai suoi aspetti patologici, stimolato dal diffondersi, in forma violentemente epidemica, della pebrina (nosematosi del baco da seta), che, provenendo dalla Francia, imperversò in Italia dal 1854.

Oltre a pubblicare un manuale Della coltivazione dei gelso e del governo del filugello. Trattato teoricopratico (Torino 1854), che ancora quarant’anni dopo veniva giudicato da un competente “il migliore che si conosca” sull’argomento (De Cesare, 1893), vide premiate due sue monografie manoscritte: la prima, De la Muscardine et des moyens d’en prévenir les ravages dans les magnaneries, dalla Société impériale et centrale d’agriculture di Parigi, che ne curò la stampa (Paris 1858). La seconda, Ricerche sulla natura della epidemia attualmente regnante ne’ bachi da seta e sul modo di impedirne il ritorno, dall’Istituto lombardo di scienze, lettere ed arti, cui era stata inviata nell’agosto 1858.Sia questa opera che la redazione italiana della precedente, col titolo Del calcino e de’ mezzi per prevenirne le devastazioni nelle bacherie. Saggio storico, teorico e pratico, vennero pubblicate insieme con altri scritti minori sullo stesso tema, già apparsi su riviste specialistiche tra il 1856 e il 1860, in Intorno alle malattie dei baco da seta. Memorie (Napoli 1863).

Dopo che nel Regno delle Due Sicilie venne promulgato l’atto sovrano (25 giugno 1860), richiamata in vigore la costituzione del 1848 (1° luglio) e concessa l’amnistia per i reati politici (3 luglio). il C. fu, con S. Spaventa, G. Pisanelli, P. S. Leopardi, tra i primi esuli che da Torino tornarono a Napoli (16luglio). La calda simpatia per il Piemonte e la piena adesione al Programma annessionista, espresse in alcuni opuscoli dati alle stampe in tomo al 1860 (Su’ principi di indipendenza, libertà e unità in Italia. Considerazioni storicopolitiche, Pinerolo 1859; Napoleone III e l’Italia, ad uso degli Italiani, Torino 1860; Napoli, l’Italia e l’Europa, Napoli 1860; Napoli e l’Europa, ibid. 1861), lo predisponevano ad operare come, docile strumento della politica di Cavour nella crisi finale del regno borbonico.

Membro del consiglio direttivo del Comitato dell’ordine, che a Napoli aggregava i cavouriani, contrapponendosi al democratico Comitato d’azione, l’8 sett. 1860 entrò nel ministero formato da Garibaldi, appena giunto a Napoli, come direttore della Istruzione Pubblica. Durò in carica fino al 27 di quel mese, quando il gabinetto si dimise per il dissidio con il segretario generale della Dittatura, A. Bértani, ed egli fu sostituito da F. De Sanctis. Un conciso bilancio della sua azione ministeriale, non privo di amichevoli.critiche, si legge in una lettera del 29 settembre di A. C. De Meis a B. Spaventa (B. Spaventa, Unificazione nazionale ed egemonia culturale, a cura di G. Vacca, Bari 1969, pp. 328 s.).

Il 27 genn. 1861 fu eletto deputato al Parlamento nazionale dal collegio di Nola; sedette a destra, tra i “consorti” napoletani (F. Petruccelli della Gattina, I moribondi di palazzo Carignano, Milano 1862, p. 187), e intervenne con assiduità nelle discussioni sulla vendita dei beni demaniali, per la quale egli suggerì un sistema coordinato alla costituzione del credito fondiario (Atti parlamentari, tornata del 22 nov. 1861, pp. 42 s.; 2 ag. 1862, pp. 3977-81; 5 ag. 1862, pp. 4091-94; 6 ag 1862, pp. 4141 ss.). Di questo argomento egli si occupò anche sulla Riv. napol. di politica, letter., scienze, arti e commercio (1° nov. 1862-20 dic. 1863), da lui diretta con G. Del Re e S. Gatti, e in opuscoli, poi rifusi nel volume Sulle istituzioni di credito fondiario. Considerazioni (Napoli 1863).

Il mutamento di interessi scientifici lo indusse a rinunciare, nel febbraio 1861, alla cattedra di medicina legale assegnatagli dal governo luogotenenziale (ottobre 1860) nell’università di Napoli, dove comunque restò professore onorario, e lo qualificò per la nomina a segretario generale del ministero di Agricoltura, Industria e Commercio (1° nov. 1863-28 genn. 1864), mentre era tenuto dall’amico G. Manna nel gabinetto Minghetti. Cadutonelle elezioni dei dicembre 1863 e tornato a Napoli, rivestì cariche locali – sopraintendente dell’Albergo dei poveri nelmaggio 1864, consigliere comunale nelsettembre 1865 – e ottenne, dopo lamorte di G. Manna, la cattedra di economia politica, nel dicembre 1865 comeprofessore straordinario, nel novembre1866 come ordinario.

Da allora i suoi studi cominciarono ad uscire dall’ambito agrario e ad affrontare alcune fondamentali categorie economico- finanziarie, in monografie sul prezzo (Intorno alla formola determinante del prezzo, in Rendiconto delle tornate e dei lavori dell’Accademia di scienze morali e politiche [Napoli], VII [1868], pp. 37-45), sulla moneta (Sopra la natura e gli uffizi della moneta, ibid., pp.66-74), sulle imposte (Relazione intorno il Trattato dell’avv. B. Benvenuti, cui è titolo Le imposte“, ibid., IX [1870], pp. 29-48; Incidenza, ripercussione, diffusione e assetto delle imposte, ibid., pp. 117-38), e in un’opera sistematica in tre volumi, Principj di economia sociale (Napoli 1866-70), cui toccò fortuna nelle scuole del tempo per la chiarezza espositiva e la efficacia didattica, vjnto che in un decennio si esaurirono altre due edizioni, col titolo Principj di economia politica (Napoli 1874 e 1882-83).

Questa produzione non presumeva, per esplicito avvertimento dell’autore, di proporre risultati originali, ma si appagava di illustrare i capisaldi smithiani, rivisitati dall’ottimismo apologetico di J. B. Say e P. Rossi. L’attitudine ad armonizzare le contraddizioni reali più stridenti, che nel C. riceveva una doppia spinta dall’organicisino del clima positivista e della sua formazione medica, come attestano ribadite analogie metodologiche tra economia e biologia (si veda, per esempio, Principj…, I, p.2), sfiorò il grottesco in un testo che compendiava con entusiastico consenso il pensiero di F. Bastiat (Armonia economica degli interessi, in Atti del R. Ist. d’incoraggiamento alle scienze naturali, economiche e tecnologiche di Napoli, s. 2, XI [1874], pp. 67-81).

Ma il distinguere tra il dovere della teoria di custodire inalterati i principî e la facoltà della prassi politica di adattarli alle circostanze, consentì al C. una duttilità di comportamento preclusa a molti suoi, colleghi irrigiditi nel dommatismo. Sicché accettò di reggere, dal 23 ott. 1868 al 13 maggio 1869, il ministero di Agricoltura, Industria e Commercio nel governo Menabrea, mentre il liberismo più dottrinario ne reclamava la soppressione. Intervenendo nel dibattito sul bilancio del suo ministero per il 1869, non solo negò di volere abolirlo, ma respinse la proposta di ridume le attribuzioni per trasformarlo in una sorta di organo consultivo, anzi si disse favorevole al trasferimento ad esso di nuovi servizi, come la marina mercantile (Atti parlamentari, tornata del 1° marzo del 1869, pp. 9401 s.); quanto all’ingerenza governativa, invito a considerare che “in un paese in cui manca l’iniziativa privata, giova che il Governo s’ingerisca negli affari” (ibid., tornata dell’8 marzo 1869, p. 9579), e sostenne la necessità della vigilanza sugli istituti di credito (ibid., tornata del 10 marzo 1869, p. 9628).

Conclusa questa esperienza ministeriale, il.C. trascurò l’impegnoper il resto della X legislatura, cui era stato eletto dal collegio di Gessopalena, e seguitò a trascurarlo dopo che fu nominato senatore, il 6 febbr. 1870. Incrementò, invece, roperosità scientifica e pubblicistica, collaborando, tra l’altro, all‘Italia economica. Rassegna della finanza, dell’industria e del commercio, che uscì a Napoli il 16 luglio 1869, espressione di un ambiente in cui confluivano moderati ed ex borbonici.

In questi anni fuattirato soprattutto dalla disputa accesa da F. Ferrara, nell’agosto 1874, intorno al tentativo di introdurre in Italia il socialismo della cattedra (La nuova scuola ecm. tedesca detta socialismo della cattedra e la sua introd. in Italia, in Atti dell’Acc. di scienze morali e polit. [Napoli], XIV [1876]). Nei Katheder-Sozialisten il C. deplorò la rottura con la mitica tradizione ortodossa, ma riconobbe serietà scientifica e rimase incuriosito dalle misure di politica. economica da essi progettate. Nei loro seguaci italiani non sentì nemmeno odore di eresia e, lontanissimo dalla incontinenza polemica di un F. Ferrara o di un T. Martello, li giudicò affatto inoffensivi, con un tono così bonario da suonare quasi beffardo; dei quattro promotori del congresso “antiliberista” di Milano, adombrò qualche lievissima riserva solo su F. Lampertico, ma rilevò che “lo Scialoja, il Cossa e il Luzzatti propugnano principi che possono essere accolti da ogni più ortodosso economista” (ibid., p. 132).

Del resto il C. aderì al comitato napoletano, presieduto da A. Scialoja, della Associazione per il progresso degli studi economici promossa da L. Luzzatti, e ne fu vicepresidente con P. E. Imbriani e G. Pisanelli. Ma questa disposizione alla concordia in “uno degli ultimi difensori delle teorie della libertà economica, contro l’autoritarismo invadente”, quale apparve il C. al suo conimemoratore in, Senato (Atti parlamentari, 6 maggio 1893, p. 1072), sembra depòrre non tanto a favore della sua apertura di fronte al nuovo quanto a carico della reale forza innovatrice di Luzzatti e compagni.

Il C. continuò a condannare le violazioni del codice classico perpetrate dai socialisti cattedratici stranieri, come E. L. V. Laveleye (Se l’economia politica sia retta da leggi naturali e costituisca una scienza da sé, in Atti dell’Acc. di scienze morali e polit. [Napoli], XVIII [1884]), ma si mostrò interessato alla tematica sociale agitata dalla nuova scuola italiana e al connesso problema dell’intervento statale nella-previdenza, nell’assistenza e nella igiene pubblica (Della popolazione, della miseria e de’ mezzi proposti per attenuarne le tristi conseguenze, ibid., XI [1874]; Dell’emancipazione della donna, ibid., XV [1879]; bella miseria e della carestia ne’ differenti periodi di progresso sociale, ibid., XVII [1883]; Sulla legge proposta dal ministro di Agricoltura, industria e commercio sulle pensioni per la vecchiaia. Osservazioni, ibid., XVIII [1884]; Sulla proposta di legge per la fondazione di una cassa nazionale di pensione per gli operai. Osservazioni, ibid.; Rapporto sovra un disegno di legge del ministero di Agricoltura, industria e commercio per ovviare alla pellagra, in Atti del Reale Istituto d’incoraggiamento alle scienze naturali, economiche o tecnologiche di Napoli, s. 3, III [1884]).

Un arcaico paternalismo percorre queste memorie e dilaga nella più ampia e ambiziosa trattazione dell’argomento: La questione sociale economica. Opera premiata nel concorso al premio Ravizza per l’anno 1882 sul tema: “Quale indirizzo debbano prendere la Filantropia e la Scienza di governo per migliorare le condizioni delle inferiori classi sociali, di fronte agli svolgimenti attuali delle dottrine socialistiche” (Napoli 1884); opera perfettamente consonante ai valori della commissione giudicatrice, in cui il membro di maggior spicco era C. Cantù, e che stimò “meritevole di speciale riguardo il suggerimento dato [dall’autore] con giusta insistenza agli abbienti di… provocare simpatia e gratitudine nelle classi sofferenti e stringer così vincoli di benevolenza e di rispetto vicendevole(La questione…, p. 2).

Il C. manifestò con nettezza la sua preferenza, per le vecchie confraternite d’impronta religiosa, in cui “ben più che nelle altre forme associative, le classi superiori possono esercitare un’influenza. positiva sulle classi inferiori” (ibid., p. 172), rispetto alle recenti società di mutuo soccorso affatto laiche, che potevano degenerare in organizzazioni rivendicative. Ostilissimo al finanziamento statale degli oneri previdenziali, cautamente favorevole a provvedimenti di legislazione industriale, celebratore della “virtù dell’astinenza e del risparmio” (ibid., p. 7), quale via regia deIrascesa sociale, ammonì che, comunque, “un po’ di miseria ci sarà sempre” (ibid., p. 66).

Scrittore prolifico fino agli ultimi anni di vita, perseverò nel sostenere la iminodificabilità del sistema salariale (Se una nazione ricca e civile possa sussistere senza la istituz. del salario, in Atti dell’Acc. di sc. mor. e polit. [Napoli], XXIII [1889], pp. 1-33), la legittimità della rendita (Sopra alcune delle nozioni fondam. della economia del Molinari, ibid., XXIV [1891], pp. 160-163), la distinzione tra la regola teorica del libero scambio e l’eccezione pratica dei dazi protettori (Protezione e agricoltura, ibid., XXV [1892], parte 2, pp. 233-265).

Il C. morì a Napoli il 2 maggio 1893.

 

FONTE: Istituto TRECCANI